martedì 13 gennaio 2026

The Wreck of the Gonzaga: un palazzo, un naufragio, una meraviglia

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi 
Diversi anni fa l’artista Damien Hirst mise in scena a Venezia The Wreck of the Unbelievable: il ritrovamento immaginario di un relitto colossale, carico di meraviglie impossibili, sospeso tra archeologia e finzione. Un naufragio costruito per farci vacillare, per chiederci fino a che punto siamo disposti a credere a ciò che vediamo quando la bellezza è convincente.

Sala di Troia, Giulio Romano 

Ecco, entrando nella reggia che fu dei Gonzaga, mi sono sentito più o meno così: come un esploratore moderno al cospetto di un tesoro saccheggiato, di un enorme puzzle di cui sono più le tessere mancanti che quelle ancora al loro posto.

 Sarcofago "del Generale"  

Palazzo Ducale non è un relitto inventato, ma un vascello reale arenato nel tempo. Per secoli è stato macchina di potere, teatro politico, residenza dinastica, scrigno di opere, simboli e rituali. Poi la storia ha fatto il suo mestiere, con la consueta mancanza di delicatezza: dinastie estinte, collezioni disperse, vendite, spoliazioni, passaggi di mano, riusi. Il carico più prezioso ha preso altre rotte. L’equipaggio è scomparso. I comandanti hanno smesso di dare ordini.

Ma il tempo non si limita a togliere. Ed è qui che le cose si fanno più interessanti.

Galleria della Mostra, busto di Cesare  

Come il mare, il Tempo sottrae, erode, inghiotte — ma a volte restituisce. Porta con sé oggetti, opere, presenze che originariamente non facevano parte dell’universo dei Gonzaga, ma che oggi abitano queste sale. Arrivate per strade oblique, per decisioni successive, per necessità museali, per nuove narrazioni. Sono qui, un po’ straniate e stranianti, come reperti depositati da una marea che non segue la logica della purezza storica, ma quella della sopravvivenza.

Galleria della Mostra 

Camminando tra le stanze, si ha così la sensazione di muoversi in un luogo dove il tempo non ha solo scavato dei vuoti, ma ha anche confuso le carte. Le sale raccontano due storie intrecciate: quella di ciò che è stato tolto e quella di ciò che è stato aggiunto. Un palazzo che non è più “com’era”, ma che proprio per questo è diventato qualcos’altro. Un organismo stratificato, in cui le epoche si toccano senza chiedere permesso.

Una porta scolpita seicentesca 

In questo senso il Palazzo è davvero un relitto: non un rudere morto, ma una struttura sopravvissuta che porta impressi i segni delle correnti che l’hanno attraversata. Il tempo non l’ha distrutto, lo ha trasformato. E la trasformazione, come spesso accade, è più interessante della conservazione integrale.

La Sala dei Fiumi 

C’è un paradosso affascinante: ci aspetteremmo che la bellezza, privata di una parte consistente del suo apparato originario, si indebolisca. Invece spesso succede il contrario. I frammenti superstiti — una sala, una decorazione, una prospettiva, una luce che entra da una finestra — diventano più intensi, più concentrati. Non sono più solo belli: sono testimoni. Hanno attraversato secoli di mutamenti, di indifferenza, di riusi, e continuano a parlare con una voce sorprendentemente chiara.

Ritratto di Eleonora Gonzaga 

A differenza del progetto di Hirst, qui non c’è bisogno di sospendere l’incredulità. Non serve credere a una storia costruita. La storia è già accaduta, ed è spesso più incredibile di qualsiasi invenzione: un potere che sembrava eterno e che si dissolve, un patrimonio che migra, un palazzo che resta come un guscio monumentale, ancora capace di colpire chi lo attraversa oggi, in silenzio, lontanissimo dal mondo che l’ha generato.

La famiglia Gonzaga in Adorazione della Trinità, Pieter Paul Rubens 

Palazzo Ducale è dunque un relitto reale, e proprio per questo è unbelievable. Non perché finga di esserlo, ma perché ha resistito. Perché, nonostante le assenze e le sovrapposizioni, continua a funzionare come dispositivo di memoria e di meraviglia.

Le fotografie che ho incluso non pretendono di raccontare il tutto. Vorrebbero piuttosto essere frammenti: schegge di un tesoro sopravvissuto, emerse dalla stiva dopo il naufragio. Non l’illusione di una completezza perduta, ma il piacere di ciò che resta — e che, contro ogni previsione, continua a parlarci.

Busto dell'imperatore Augusto