venerdì 23 gennaio 2026

Il leone, la pecora e la memoria

Il Teatro Goldoni di Livorno ai primi del Novecento 

Agosto 1904. La sala era gremita, il caldo estivo rendeva l'aria pesante. Giovanni Marradi, poeta già noto per i suoi versi malinconici e musicali, si alzò per parlare di Francesco Domenico Guerrazzi davanti a un pubblico attento. Marradi era uno di quei letterati che sapevano muoversi tra i salotti e le accademie con la stessa naturalezza con cui maneggiavano i versi. Livornese come il Guerrazzi, aveva dedicato la sua vita alla poesia – quella poesia tardo-romantica che piaceva tanto al pubblico dell'epoca – e ora, in quella conferenza, stava rendendo omaggio a uno dei giganti della sua città.

Guerrazzi era morto da più di vent'anni, nel 1873, ma la sua ombra era ancora lunga. Scrittore, politico, rivoluzionario: aveva attraversato il Risorgimento da protagonista, era stato arrestato, aveva governato la Toscana durante la breve esperienza della Repubblica, aveva scritto romanzi storici che avevano infiammato gli animi patriottici. L'Assedio di Firenze, Beatrice Cenci, La battaglia di Benevento: libri che oggi quasi nessuno legge più, ma che allora erano sulla bocca di tutti. Era stato un tribuno, un agitatore, uno che sapeva usare la penna come altri usavano la spada.

Tra le carte del Guerrazzi, Marradi aveva trovato una lettera. Non un proclama, non un manifesto politico: una lettera privata, intima, scritta da Francesco Donato Guerrazzi – il padre dello scrittore – al figlio ancora giovane. Il vecchio Guerrazzi aveva tracciato quelle parole con l'inchiostro e l'amore di chi voleva lasciare un insegnamento al proprio ragazzo, forse presagendo che quel figlio sarebbe diventato qualcosa di più grande. E in quella lettera c'era una frase che Marradi lesse ad alta voce, forse senza immaginare il destino che l'attendeva: "Meglio vivere un giorno da leone che cent'anni da pecora". Il pubblico ascoltò, la frase venne annotata, discussa. L'editore Bemporad pubblicò gli atti della conferenza nel 1905, e quelle parole – nate dall'affetto paterno di un uomo di cui non sappiamo quasi nulla, destinate a formare il carattere di un futuro protagonista del Risorgimento – iniziarono il loro viaggio attraverso il tempo.

La scritta tracciata sulla casa di Fagaré 
Giugno 1918. Le rive del Piave. Il maggiore Carlo Rigoli guardava il muro di una casa che ospitava il comando del suo battaglione. Mancavano poche ore all'inizio del bombardamento – erano le 19 del 14 giugno – e qualcosa dentro di lui cercava un modo per cristallizzare quel momento, per lasciare un segno prima dell'ignoto. Chiamò il soldato Bernardo Vicario e gli dettò quelle parole che aveva letto chissà dove, chissà quando.

Vicario prese un pezzo di carbone, di gesso, qualcosa che potesse scrivere, e tracciò sul muro bianco della casa di Fagarè: "Meglio vivere un giorno da leone che cent'anni da pecora". Poche ore dopo iniziò la Battaglia del Solstizio. Il maggiore Rigoli cadde durante il combattimento, come tanti altri. Ma quelle parole rimasero sul muro, visibili, potenti. Quando la casa crollò sotto i bombardamenti, quel muro rimase in piedi, e la frase divenne leggenda. I soldati che passavano di là la vedevano, la ripetevano. Si diceva che l'avesse scritta un ignoto combattente prima di morire, un eroe anonimo che aveva lasciato il suo testamento spirituale.

Le 20 lire in argento del 1928 
Anni Venti. L'Italia era cambiata. Il fascismo cercava simboli, slogan, frasi che potessero galvanizzare le masse. E quella frase – trovata sul muro di Fagarè, nata dalle trincee, intrisa del sangue della Grande Guerra – era perfetta. Mussolini, che era stato giornalista e conosceva il potere delle parole, la fece sua. O meglio, lasciò che la gente pensasse fosse sua. La frase iniziò a comparire ovunque: sui muri delle case, accanto ad altri slogan del regime. Nel 1928 venne coniata sulle 20 lire d'argento, a perpetua memoria. Era diventata uno dei motti più famosi del Ventennio, e tutti la attribuivano al Duce. Chi avrebbe osato contestare? Il diritto di critica non era contemplato dalla dittatura.

Ma c'era comunque qualcuno che sapeva. C'era chi ricordava. Nel 1926, sul Resto del Carlino, il capitano Antonio Fazio scrisse una lettera affermando che a tracciare quella frase era stato il capitano Marchese, dell'11° reparto d'Assalto, morto in battaglia. Nel 1931 fu Bernardo Vicario – ormai ex soldato – a farsi vivo, raccontando di quel pomeriggio del giugno 1918, del maggiore Rigoli, delle parole dettate sul muro. Non se n'era attribuito la paternità prima perché non la sentiva sua: erano state del maggiore, e il maggiore era morto.

La vera svolta arrivò dall'avvocato Luigi Grancelli, deputato alla Camera durante la XXVII legislatura. Fu lui a ricostruire l'intera storia, a risalire fino alla fonte originaria. E la fonte era lì, stampata negli atti della conferenza di Marradi, pubblicati da Bemporad nel 1905. La frase non era fascista. Non era nemmeno bellica. Era una frase scritta in una lettera privata, da un padre a un figlio, quasi cent'anni prima.

La storia di questa frase è la storia dell'Italia stessa: stratificata, contraddittoria, capace di trasformare l'intimità di un consiglio paterno nella propaganda di un regime. È la dimostrazione che le parole non appartengono mai davvero a chi le pronuncia per primo, ma a chi le usa, le trasforma, le piega ai propri scopi. E forse è anche un monito: le radici del presente affondano sempre nel passato, in modi che spesso non immaginiamo. Gli effetti e le cause sono meno evidenti di quanto sembrano. Una lettera privata diventa un grido di guerra. Un padre che scrive al figlio diventa, senza saperlo, la voce di un'epoca che non vedrà mai.

Il leone e la pecora continuano a guardarsi, separati da quelle parole. Ma la storia che le unisce è molto più complessa di quanto potrebbe raccontare l'intera galleria di simboli che il fascismo costruì intorno a sé: le monete, i muri delle case, i manifesti, gli slogan gridati nelle piazze. Quella frase attraversò tutto questo, sopravvisse al regime che l'aveva adottata, e ancora oggi riaffiora periodicamente nella memoria collettiva – spesso senza che chi la pronuncia sappia nulla di Francesco Donato Guerrazzi, di suo figlio rivoluzionario, di Marradi che la riscoprì, del maggiore Rigoli che la fece scrivere sul muro di una casa in guerra. Le parole hanno una vita propria, più lunga e più testarda di qualunque potere che cerchi di possederle.