La figura è giovane, vestita con la dalmatica, la veste propria dei diaconi, e ostende un piatto sul quale poggia la grande testa monocroma del Battista, scolpita con un realismo quasi brutale. Sul retro, all’altezza delle scapole, si notano due ampie asole: sono le ferite della storia, i punti dove un tempo erano fissate le ali. Nel 1361 furono rimosse, e l’angelo perse per sempre la possibilità di volare. Da allora, più che un messaggero celeste, sembra un officiante silenzioso di un rito che non ammette consolazioni.
Recenti indagini scientifiche hanno aggiunto un ulteriore livello di lettura. La scultura, in legno di noce, è stata sottoposta a tomografia assiale computerizzata (TAC) per studiarne la struttura interna e le trasformazioni subite nei secoli. I risultati hanno mostrato comportamenti del materiale molto simili tra testa e figura, suggerendo una provenienza dei legni dallo stesso ambito territoriale. Tecnologia avanzata, dunque, per interrogare un’opera che continua a rispondere solo a metà.
Un angelo senza ali, un santo ridotto a reliquia, un capolavoro che non spiega ma interroga. Non consola, non promette, non assolve. Questo angelo non annuncia nulla: mostra. Regge una testa e, con quella, ci costringe a guardare il confine sottile tra sacro e violenza, tra devozione e crudeltà rituale. È un’opera che ha perso le ali ma non il potere di disturbare, e forse è proprio qui la sua forza: nel ricordarci che il Medioevo non era affatto un’epoca ingenua, e che certi capolavori non nascono per piacere, ma per restare.


