martedì 11 agosto 2026

Le Castella, o dell'assedio

Le Castella, luglio 2026 

Ci sono luoghi che riconosciamo prima ancora di averli conosciuti, perché sembrano appartenere a un paesaggio interiore che ci portiamo dietro da anni. Le Castella, quando l'ho vista avanzare nel mare con le sue mura massicce circondate dall'azzurro, mi ha dato esattamente questa sensazione. Di fortezze ne ho viste molte: arroccate sulle montagne, sospese sopra speroni di roccia, schiacciate contro il profilo delle città, distese lungo coste che per secoli qualcuno ha sorvegliato aspettando di scorgere vele nemiche all'orizzonte. Questa mi è sembrata diversa. Non appare costruita accanto al mare: sembra entrarci dentro, opponendo la geometria ostinata delle sue mura alla mutevolezza dell'acqua.

Da una parte pietre, torri, bastioni, tutto ciò che gli uomini hanno inventato per stabilire un confine e poter dire: fin qui. Dall'altra il Mediterraneo, che i confini non li riconosce, che cambia continuamente colore e forma e continua molto oltre ciò che siamo capaci di vedere. È questa contraddizione a rendere Le Castella così affascinante: una fortezza nata per separare un dentro da un fuori, e che invece sembra protesa verso ciò che nessuna muraglia potrebbe contenere.

Guardandola mi è tornata in mente un'altra fortezza, quella Bastiani del Deserto dei Tartari, e con essa la sua incarnazione cinematografica nel film di Valerio Zurlini, girato in Iran fra le mura di Arg-e Bam. Anche lì una costruzione enorme si confronta con uno spazio sterminato e finisce per apparire fragile proprio nel momento in cui dovrebbe esprimere forza: bastioni poderosi davanti al deserto, uomini che sorvegliano un orizzonte vuoto aspettando un nemico che forse arriverà, forse no, mentre intanto il tempo passa. Vale la pena ricordare come è andata a finire davvero: la cittadella di Bam, sopravvissuta per secoli a qualunque nemico immaginabile, è crollata in pochi secondi nel terremoto del 2003. Il nemico è arrivato, ma non dalla direzione sorvegliata.

Credo sia proprio questo che mi ha sempre affascinato delle fortezze: non la loro solidità, ma il fatto che ogni fortezza contenga già in sé l'idea dell'assedio. Se esistono mura, significa che esiste qualcosa da cui difendersi, qualcosa che potrebbe arrivare e metterle alla prova. Nel romanzo di Buzzati quel qualcosa diventa il senso stesso della vita di Giovanni Drogo, che consuma gli anni nell'attesa di un evento capace di giustificare tutto ciò che ha sacrificato; e l'attesa, più ancora del nemico, si rivela la vera minaccia.

Anche noi costruiamo le nostre fortezze. Non di pietra, naturalmente, ma di affetti, libri, fotografie, abitudini: tutto ciò che ci permette di tenere insieme quello che siamo stati e quello che siamo diventati. Sono difese contro la dispersione, contro la perdita, forse anche contro la consapevolezza che il tempo continua ad avanzare, indifferente alla solidità delle nostre mura.

C'è però una differenza che oggi mi sembra importante. La Fortezza Bastiani guarda verso il deserto aspettando qualcosa che deve arrivare; Le Castella guarda verso il mare, e oltre le sue mura non c'è un nemico ma un orizzonte. Sarebbe comodo concluderne che basta decidere dove guardare. Non credo funzioni così: lo sguardo non si dirige, scappa. Si stacca dalle macchine d'assedio senza chiedere permesso, va a finire da qualche parte oltre le grida e il fuoco che offusca la linea del mare, e intanto l'accerchiamento continua a stringersi esattamente come prima. Poi torna, e riprende il suo turno di guardia. Nessuno regge la sentinella da solo, per questo ci si alterna. Continuiamo a viaggiare, a fotografare, a leggere, a scrivere non per fermare il tempo — impresa in cui anche le più grandi fortezze della storia hanno fallito — e nemmeno per una qualche disciplina dell'attenzione: lo facciamo perché quella fuga dello sguardo è l'unica cosa che l'assedio non riesce ad accerchiare. Le Castella, protesa nel Mediterraneo, racconta esattamente questo paradosso: una fortezza costruita per difendere un confine, e che finisce per indicare l'aperto.

Molti anni fa avevo provato a dire questa stessa cosa in una poesia, immaginando la vita come una fortezza assediata dagli anni. L'avevo quasi dimenticata. Rivedendo le fotografie di Le Castella mi sono accorto che in quei versi c'era già un oceano: allora era soltanto un'immagine, qualcosa che avevo messo là in fondo perché mi serviva un'apertura oltre le macchine d'assedio. Adesso ha un indirizzo preciso, sulla costa ionica, a poche decine di metri dalla riva. La metafora ha trovato la sua geografia — o forse ha aspettato con pazienza che le andassi incontro.

Ci alterniamo come sentinelle
Sugli spalti merlati della vita
Scrutando inquieti il dispiegarsi degli anni
Come nemici che tengano d’assedio
La fortezza che difende il nostro esistere

Ma il lento accerchiamento che ci stringe
Non trattiene lo sguardo dal fuggire
Via dalle macchine d’assedio, dalle grida
Delle truppe nemiche, di là dagli incantesimi
Che offuscano di fuoco l’orizzonte

Oltre le nostre paure e ben distante dai timori
Tremolante nell’aria come una visione
Ma limpido e concreto come immenso cristallo
Sfaccettato da un mastro intagliatore
S’incurva l’oceano in esultanza di azzurro