martedì 22 settembre 2026

Andraz, la luce nella muraglia

Il Castello di Andraz, oggi 

Arrivando sotto il Castello di Andraz, a oltre 1700 metri nelle Dolomiti, la prima cosa a cui ho pensato è stata Le Castella, in Calabria. Non era un effetto dell'aria rarefatta; ho sempre avuto una debolezza per i castelli, e quest'estate ne ho girati parecchi al Sud. Fortezze normanne, sveve, aragonesi, torri affacciate sul Mediterraneo a guardia di approdi e pianure. Nella mia memoria avevo ancora gli occhi pieni di mare.

Le due fortezze sono quasi i poli opposti della stessa idea. Le Castella si protende nel mare, a pelo d'acqua, con l'orizzonte davanti. Andraz fa esattamente il contrario: sale. Sta aggrappato a un enorme masso, con i boschi intorno e le montagne sopra, come una Rocca Calascio alpina.

Quando ci sono stato, la settimana scorsa, il cielo cambiava di continuo: nuvole pesanti correvano sulle cime, poi all'improvviso si aprivano e un raggio di sole accendeva le mura. Le fotografie ne hanno inevitabilmente assorbito il carattere. Andraz non sembra fatto per le giornate innocue; del resto, non è mai stato un luogo innocuo. Il masso è erratico, abbandonato qui dai ghiacciai del Würm, e il posto non fu scelto a caso. Da qui si dominavano le vie tra l'Agordino, la Val Badia, il Falzarego e la Valparola, e si vegliava sul ferro delle miniere del Fursil, prodighe per secoli di minerale sideritico che partiva da lì verso i forni.

La rupe su cui sorge il castello 
Edifici come questo sono oggetti strani da amare. Sono macchine da guerra, nate per difendere, sorvegliare, controllare e, quando serve, uccidere. Il loro principio è la separazione: chi sta dentro deve sopravvivere a ciò che accade fuori. Un castello, in fondo, è una gigantesca cassaforte per esseri umani. Eppure pochi edifici si fondono con il paesaggio quanto una fortezza.

Ad Andraz questa contraddizione diventa quasi fisica. Le mura, più che appoggiarsi al masso, lo continuano, e dall'esterno è difficile dire dove finisca la rupe e dove cominci il castello: la pietra diventa muratura, e la muratura sembra tornare pietra. L'uomo costruisce una fortezza per chiudere fuori il mondo, e dopo qualche secolo è il paesaggio a riprendersela. Togliere Andraz dal suo masso lascerebbe un vuoto, come cancellare Rocca Calascio dal suo crinale o Le Castella dal suo mare.

Forse le fortezze ci attraggono anche perché ognuna contiene una sfida. L'uomo guarda una montagna, una rupe, il mare, e dice: «Eccomi». Costruisce mura, torri, feritoie: si mette in alto, controlla le strade. Per qualche generazione può persino illudersi di dominare ciò che lo circonda. Poi passano gli uomini, e resta la pietra.

Tornato a casa, ho ripescato dalla mia biblioteca un vecchio numero di Bell'Italia, quello del dicembre 1987. Ricordavo che c'era un articolo proprio su Andraz, con un titolo meravigliosamente anni Ottanta: «La rupe tra le nubi». Le nubi, quasi quaranta anni dopo, le ho ritrovate tali e quali, il castello no. Nelle immagini di allora è ancora una grande rovina, affascinante e in buona parte inaccessibile. L'articolo raccontava le leggende della rupe, le miniere, le lotte tra i principi-vescovi di Bressanone e i signori del Tirolo, con il consueto repertorio medievale di impiccagioni, tradimenti e violenze. E annunciava quasi con sollievo che il Comune di Livinallongo aveva finalmente ottenuto i fondi per il restauro.

Il cantiere era appena partito. Gli interventi della Soprintendenza, cominciati nel 1986, sono andati avanti fino ai primi anni Duemila. Le campagne archeologiche avviate dopo il 1987 hanno riportato alla luce strutture nascoste sotto i pavimenti e, ai piedi della rocca, un primitivo forno fusorio. Nel 1997 è arrivata la grande copertura in ferro e vetro che oggi protegge la parte alta del complesso. Il castello è diventato anche un museo, e per fortuna non di quelli che si inventano ciò che non esiste più. È un percorso che permette di leggere le fasi dell'edificio, il lavoro delle miniere, la storia di chi ci ha vissuto. Un edificio nato per non far entrare nessuno, restaurato perché possano entrarci tutti: se esiste un contrappasso per le fortezze, è questo.

Una delle finestre della Stanza del Capitano 
E di tutte le storie che ho letto su Andraz, ce n'è una che mi è rimasta addosso più delle altre. In una piccola stanza, nella parete meridionale, si apre un foro. A guardarlo senza sapere nulla, è poco più di un buco nel muro. Ma tra il 1457 e il 1460 in quelle stanze soggiornò, a più riprese, Niccolò Cusano: cardinale, principe-vescovo di Bressanone, filosofo, matematico e astronomo, uno dei personaggi più straordinari del Quattrocento europeo. E non era salito fin lassù per il panorama. Lo scontro con il duca Sigismondo d'Austria, signore del Tirolo, si era fatto così aspro che Cusano temeva di essere assassinato, e la cassaforte per esseri umani stava facendo esattamente il suo mestiere. Chiuso tra quelle mura, portò a termine il "De beryllo", un trattato filosofico costruito attorno all'immagine di una lente: il berillo, la pietra trasparente da cui si ricavavano le prime lenti. Andava messo però davanti all'intelletto, non davanti agli occhi, per vedere ciò che altrimenti resta invisibile.

Di cose invisibili d'altronde Cusano se ne intendeva anche fuori dalla metafisica. Già nel 1436, con il "De correctione kalendarii", aveva proposto di correggere il calendario giuliano, quasi un secolo e mezzo prima della riforma gregoriana. Il difetto era impercettibile: undici minuti di troppo all'anno, mezza giornata in una vita intera, una differenza che nessuno può notare e che solo il ragionamento riesce a vedere. Ma gli errori impercettibili hanno la pazienza dalla loro. Secolo dopo secolo quei minuti erano diventati circa nove giorni. Il solstizio d'inverno cadeva ormai intorno al 13 dicembre, ed è da lì che viene il nostro «Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia». Soprattutto, l'equinozio di primavera arrivava ben prima del 21 marzo fissato dalla Chiesa, e la Pasqua, la festa più importante dell'anno, veniva calcolata su un cielo che non esisteva più.

Secondo un'ipotesi avanzata dall'astronomo Giuseppe De Donà, Niccolò Cusano ad Andraz potrebbe aver usato uno strumento ben più semplice di una lente: quel buco nel muro. Il raggio di sole che entra dal foro disegna sulla parete opposta una macchia di luce. Giorno dopo giorno la macchia si sposta, finché a dicembre rallenta, si ferma e torna indietro. Annotare il giorno in cui il sole si ferma, il solstizio appunto, significava misurare di quanto il calendario avesse perso il passo del cielo.

Non è detto che quel foro l'abbia fatto aprire Cusano, né che sia mai servito davvero a questo. La sola possibilità, però, è bellissima. In un edificio costruito per tenere fuori il mondo, proprio chi vi si era rifugiato per salvarsi la vita avrebbe aperto un varco nella muraglia per far entrare la luce. Il tempo, a dire il vero, sarebbe entrato comunque: è l'unica cosa che nessuna muraglia, per quanto spessa, sia mai riuscita a tenere fuori. Ma da quel foro lo si poteva vedere camminare sulla parete.

È per questo che continuo ad amare i castelli: non per le battaglie, le torri o le leggende, ma perché sono bozzoli di memoria. Andraz ha custodito soldati e prigionieri, vescovi e servitori, amministratori e uomini che strappavano ferro alla montagna. Ha visto incendi, tradimenti, esecuzioni, guerre, abbandono. È diventato rovina. Poi qualcuno ha deciso che quelle rovine valeva la pena salvarle. Oggi guardiamo dalle stesse finestre, tocchiamo le stesse pietre, fotografiamo ciò che è rimasto, e per qualche istante persone separate da cinque o sei secoli occupano quasi lo stesso spazio.

Forse è questa la vera vittoria di un castello sul tempo: non tenerlo fuori, che è impossibile, né sconfiggerlo come si sconfigge un nemico: ma lasciarlo entrare e trattenerlo, strato dopo strato, storia dopo storia.