lunedì 23 febbraio 2026

Abitare l'abisso: una riflessione sullo scrivere


C'è un antico esperimento mentale che attraversa la filosofia: Nietzsche chiede se diremmo sì a rivivere la nostra vita identica infinite volte; Nozick si domanda se preferiremmo esperienze perfette o una realtà che ci cambia; Frankl suggerisce che la sofferenza può essere sopportata quando ha un senso. La domanda, in fondo, è una sola: sceglieresti una vita intensa e trasformativa, anche sapendo che farà male, se alla fine potessi dire "ne è valsa la pena"?

Non è una domanda teorica. È una soglia.

Scrivendo, mi accorgo che le storie servono anche a questo: mettere alla prova la nostra disponibilità a vivere in profondità. I personaggi attraversano prove che nella vita reale eviteremmo, eppure riconosciamo che proprio da quegli attraversamenti nasce un equilibrio più vero, meno ingenuo. Un equilibrio che non si eredita — si guadagna.

Un mondo narrativo, quando è vivo, ha la struttura di un frattale: ogni dettaglio che aggiungi apre nuove domande, nuovi angoli, e la profondità è sempre un passo più avanti. Puoi ingrandire all'infinito e trovare sempre qualcosa di nuovo. A un certo punto non lo costruisci più — lo abiti. E i personaggi smettono di obbedire: sviluppano una logica propria, ti sorprendono, resistono. Hanno opinioni su come dovrebbero andare le cose.

È lì che succede qualcosa di strano. Ti sorprendi a osservare uno di loro mentre compie gesti quotidiani — parlare, scegliere, cambiare — con la stessa attenzione con cui si guarda qualcuno che si ama. Non perché esista davvero, ma perché incarna una possibilità: quella di relazioni capaci di resistere alla trasformazione, di persone che escono dalle prove non spezzate ma più vere. E ti accorgi che vorresti stare lì, semplicemente, a guardarla vivere. Imbambolato. Solo per sentirla.

Ma quella figura — proprio perché è frattale, inesauribile, completamente conoscibile — esiste solo sulla pagina. È la malinconia strutturale della scrittura: costruisci il mondo in cui vorresti stare, e mentre lo costruisci lo rendi per definizione irraggiungibile.

Forse la vertigine nasce lì. Nel desiderio di una vita più densa e, insieme, nella paura del prezzo che comporta. Nell'invidia — tenera, non amara — per i personaggi che attraverseranno quello che noi non vorremmo attraversare, e ne usciranno con qualcosa che sappiamo avere un valore enorme.

Le storie non risolvono il paradosso. Lo rendono abitabile. Ci permettono di stare sull'orlo dell'abisso senza dover saltare, di sperimentare per procura la vita intensa che ci spaventa, e di scoprire — rileggendo — che in quei momenti non stavamo scrivendo il personaggio. Stavamo scrivendo noi.

La domanda non è se evitare la sofferenza. È quale tipo di vita vorremmo poter dire, un giorno, che è valsa la pena vivere.